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Rubrica nutrizionale: LA DIETA CHETOGENICA pt. 2

Rubrica nutrizionale: LA DIETA CHETOGENICA pt. 2

Ulteriori “aspetti” della dieta Chetogenica.

In questo nuovo articolo della nostra rubrica nutrizionale continueremo ad affrontare i vari aspetti della dieta chetogenica, in particolare ci soffermeremo su alcune tematiche quali, la keto-adaptation, il keto flu, i suoi effetti benefico-terapeutici nel dimagrimento e trattamento di determinate patologie, nonché l’idoneità o meno di un soggetto al suo utilizzo.

Ma ripartiamo un attimo da quanto affermato nello scorso articolo: I corpi chetonici… vengono prodotti nel fegato a partire dall’ossidazione degli acidi grassi per accumulo di intermedi di acetil-CoA”.

Tenendo ben a mente questo concetto, cerchiamo ora di capire perché quando si parla in generale di dimagrimento e di diete o più nello specifico di dieta chetogenica, si sente spesso dire che “i grassi bruciano al fuoco dei carboidrati”. Cosa vuol dire esattamente questo aforisma? Che la completa ossidazione degli acidi grassi avviene soltanto in presenza dei carboidrati, in particolare del glucosio; di conseguenza quest’ultimo, si rivela essere un macronutriente molto importante sia per il dimagrimento che per il miglioramento della composizione corporea*.

Ma, è pur vero che si tratta di un aforisma, perché quando non abbiamo abbastanza ossalacetato, l’Acetil-CoA accumulato prenderà la via dei corpi chetonici; allora sarebbe più completo dire che “i grassi bruciano al fuoco dei carboidrati, ma anche a quello dei corpi chetonici”. Infatti, quando i grassi non bruciano più al fuoco dei carboidrati (nel fegato) si innesca il meccanismo fisiologico della chetosi, che dipende in particolare da due fattori:

  1. la quantità di carboidrati consumati giornalmente;
  2. il tempo entro cui la quantità di carboidrati consumati giornalmente rimane tale da favorire la chetosi.

La produzione dei corpi chetonici, inoltre dipende dai livelli di glicogeno epatico, e quindi dalle scorte di carboidrati che possono essere rilasciate nel sangue.

La keto-adaptation

Quando eliminiamo (o riduciamo al minimo) i carboidrati dall’alimentazione, la glicemia si riduce e il glicogeno epatico inizia ad essere degradato in glucosio nell’arco di 24 ore. Esaurito il glicogeno, inizia ad aumentare la concentrazione dei corpi chetonici, soprattutto nei primi 3 giorni di dieta, al fine di permettere al Sistema Nervoso e ad altri tessuti extra epatici di adattarsi al loro utilizzo a scopo energetico. Allo stesso tempo le richieste di glucosio si attenuano. Questa fase di adattamento metabolico viene definita Keto-adaptation e si verifica entro un arco di tempo totale di circa 2-3 settimane.

Il keto flu

Avete mai sentito parlare di keto flu? Talvolta durante i primi tre giorni di chetosi, si possono riscontrare sintomi come mal di testa, capogiro e confusione, stanchezza, ipotensione, stitichezza o diarrea, nausea, alitosi. Si tratta di sintomi comuni e transitori perché risposta di adattamento del nostro organismo al regime dietetico. Per ridurre al minimo questi fastidi è importante bere molta acqua, integrare con sali minerali e multivitamico e consumare la verdura concessa. Generalmente sono destinati a passare rapidamente, lasciando spazio a maggiore senso di vitalità ed energia.

Si consiglia di evitare in questo periodo di svolgere attività fisica troppo intensa per non interferire con la sintomatologia e per non rischiare di “consumare” il muscolo, è meglio quindi preferire attività di medio-bassa intensità come la camminata, la bicicletta o il nuoto per circa 30-45 minuti al giorno.

Non sembrano invece essere veritiere le preoccupazioni generali in merito i possibili effetti nel lungo termine sull’aumento del rischio cardiovascolare e dell’uricemia. Al contrario, la maggior parte degli studi afferma come a seguito del decremento ponderale e della massa grassa si verifichi un miglioramento metabolico nei parametri ematici di LDL, trigliceridi, e colesterolo totale, con incremento dell’HDL. L’acido urico di per sé potrebbe aumentare transitoriamente, ma per via della competizione con i corpi chetonici nell’escrezione renale, per poi riportarsi nei limiti di norma. Non sono riportate nemmeno evidenze che attestino possibili effetti collaterali di significato clinico nei confronti del potenziale danno renale che le diete chetogeniche (normo proteiche) possano causare.

Ma veniamo al dunque, quando è indicata la dieta chetogenica?

La dieta chetogenica è particolarmente indicata per il trattamento di:

  • obesità severa o complicata da ipertensione, diabete di tipo 2, dislipidemia, sindrome metabolica, OSAS, osteopatie o artropatie severe;
  • obesità con indicazione alla chirurgia bariatrica;
  • pazienti con indicazioni di rapido dimagrimento per severe comorbidità o in vista di interventi chirurgici;
  • steatosi epatica non alcolica (NAFLD);
  • epilessia farmaco resistente;
  • cefalea e patologia emicranica;
  • menopausa;
  • infertilità maschile o femminile legata all’obesità;
  • sindrome dell’ovaio policistico (PCOS).

Studi preliminari inoltre sembrerebbero dimostrare una possibile applicazione della dieta chetogenica anche nel trattamento di patologie neurodegenerative come per esempio l’Alzheimer, il Parkinson e la SLA, dato il possibile ruolo dei corpi chetonici sulla riduzione del danno ossidativo a carico delle cellule nervose. Tuttavia, risulta ancora preliminare parlarne, data la necessità di studi clinici più approfonditi e di lunga durata. Risulta inoltre ancora aperto il dibattito relativo a dieta chetogenica e tumori: è noto che le cellule tumorali abbiamo un metabolismo glucosio-dipendente (effetto Warburg) e che la crescita e la capacità invasiva della neoplasia aumenti in condizione di iperglicemia e iperinsulinemia, allo stesso tempo è anche vero che ridurre le disponibilità degli zuccheri conduca tali cellule a sofferenza. A questo scopo infatti, sono sempre più frequenti gli studi atti a valutare l’efficacia della dieta chetogenica coadiuvata alla chemio-radioterapia, nel trattamento di alcune forme tumorali. Ovviamente si tratta di condizioni tali per cui la dieta chetogenica può essere prescritta esclusivamente da personale medico specializzato dopo attenta valutazione clinica del paziente.

I vantaggi dell’applicazione della dieta chetogenica restano comunque rilevanti, grazie sia la protezione della massa muscolare, sia la riduzione del senso di fame che la rapidità dei risultati (duraturi nel tempo). Tutti elementi che favoriscono la motivazione e la compliance del paziente nel seguire la dieta.

Ma tutti possono seguire questo tipo di dieta? In quali condizioni è assolutamente controindicata?

La dieta chetogenica non è un protocollo alimentare applicabile in tutte le condizioni, è per questo controindicata in caso di:

  • gravidanza e allattamento;
  • disturbi psichici, comportamentali, da abuso di alcol e altre sostanze;
  • disturbi del comportamento alimentare;
  • insufficienza renale e/o epatica;
  • diabete di tipo 1;
  • porfiria;
  • angina instabile e/o infarto del miocardio recente;
  • disfunzioni genetiche del metabolismo degli acidi grassi o della beta-ossidazione;
  • infanzia e adolescenza (salvo casi sopra citati sotto consenso e controllo medico).

Per quanto tempo è possibile seguire un regime chetogenico? E poi… come proseguire?

Secondo le linee guida, la dieta chetogenica non può essere protratta all’infinito nel tempo, ma per un periodo variabile dalle 3-4 alle 12-16 settimane, con una modalità di aderenza continuativa o intermittente a seconda dell’indicazione clinica.

È necessario che il paziente sia guidato dallo specialista medico e/o nutrizionista di riferimento, con un percorso di visite e controlli a cadenza bisettimanale che preveda il monitoraggio dei parametri ematici, fisici e psichici dello stesso. Non è possibile pensare di sottoporsi a tale dieta senza portare in visione referti medici, analisi del sangue complete, trattamenti farmacologici in atto.

Al termine della fase chetogenica è fondamentale la fase di transizione, ovvero di guida al reinserimento dei carboidrati, con un passaggio graduale sia quantitativo che qualitativo nella reintroduzione di quegli alimenti che li contengono. Non è pensabile poter effettuare la transizione da soli, è necessario essere seguiti da personale specializzato, poiché se i carboidrati vengono reintrodotti in maniera brusca si assisterebbe ad un transitorio squilibrio ormonale dagli effetti indesiderati, tra cui improvviso aumento di peso.

Durante la chetosi, il nostro organismo subisce un adattamento: gli enzimi deputati al metabolismo degli zuccheri si riducono, così come aumentano quelli coinvolti nel metabolismo dei grassi. Reintrodurre rapidamente i carboidrati provocherebbe oscillazioni glicemiche e insulinemiche, con alternanza transitoria di picchi iperglicemici e ipoglicemici. Il corpo ha quindi bisogno di riabituarsi agli zuccheri, per questo la fase transizione generalmente dura tanto quanto la fase di chetosi. Come accennato, la reintroduzione dei carboidrati e al contempo anche delle calorie, deve essere progressiva sia nelle quantità (da aumentare di settimana in settimana a seconda del paziente), che nella qualità (si inizia con alimenti a basso indice glicemico e con i legumi), sino al raggiungimento della fase di mantenimento in cui il paziente sarà indirizzato ad un corretto stile alimentare che sia sostenibile nel lungo periodo, senza rischio di ripresa del peso perso.

Dott.ssa Elena Balzani

*la biochimica su cui si basa il funzionamento del nostro organismo e dei suoi processi vitali, prevede la trasformazione in energia, o meglio in Acetil-CoA, dei macronutrienti assunti. Attraverso la via glicolitica, il glucosio viene trasformato in piruvato da cui sarà ottenuto Acetil-CoA che entrerà nel ciclo di Krebs per produrre energia. Il piruvato a sua volta può anche entrare direttamente nel ciclo di Krebs producendo ossalacetato, il quale rappresenta un fattore limitante l’ingresso nel ciclo stesso di Acetil-CoA proveniente dal catabolismo degli acidi grassi. Detto ciò, in assenza di piruvato e quindi di carboidrati, il ciclo di Krebs sarà molto limitato, di conseguenza lo sarà anche lo smaltimento di quelle molecole di Acetil-CoA prodotte dall’ossidazione degli acidi grassi. In sostanza, per “bruciare i grassi” abbiamo bisogno dei carboidrati!

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